NBA - Il mito Michael Jordan non comincia con "The Last Dance" ma con una bocciatura

Durante una cerimonia nella città natale, nell'estate 1991, Michael Jordan, in lacrime, ha ricordato: "Tutto è iniziato quando l'allenatore Pop Herring mi ha tagliato".
Alla fine degli anni '70, la Laney High School di Wilmington, N.C., raramente metteva un sophomore nella squadra superiore denominata varsety. Nel 1978 Herring ne sceglie uno, e il giovane Jordan torna a casa in lacrime per non essere sulla lista il suo nome, bensì quello del suo amico Leroy Smith, a cui il futuro riserverà una discreta carriera in Europa e Giappone.
Il classe 1973 Jordan era bravo, aveva tecnica ma era alto appena 175 centimetri. Solo che "Le sue mani erano due volte più grandi delle mie" ha ricordato un altro compagno di squadra, Kevin Edwards.
Nella stagione seguente tuttavia, Jordan diventa il leader della formazione junior e, particolare non trascurabile, si alza di una ventina di centimetri. E spicca il volo verso la storia di vita che tutti conosciamo e che viene scolpita in queste settimane dal documentario The Last Dance.
A Leroy Smith rimarrà il ruolo di motivatore di Michael. Sia indiretto, visto che usava il suo nome per scendere in albergo sotto mentite spoglie, sia per accendersi prima delle partite, sia chiamando così una comparsa di uno spot pubblicitario.
Lo stesso Smith - che poi ha lasciato la pallacanestro per diventare un motivatore di mestiere anzi, secondo la sua autodefinizione "mastervator" - ha rilasciato una intervista nel 2009 a ESPN dove racconta che questo ruolo l'ha avuto anche con altri protagonisti dello star system come Don King, Tyra Banks, Oprah Winfrey (qui).